Mettiamolo in chiaro sin dall'inizio: la dipendenza affettiva non ha nulla a che fare con l'amore. Non esistono donne o uomini che amano troppo. Esistono relazioni problematiche, anzi disfunzionali, che possono mettere a repentaglio la salute mentale delle persone coinvolte. Esistono relazioni (e non per forza di coppia, ma anche tra genitori e figli, tra amici oppure sul lavoro) dove si oscilla continuamente tra la necessità dell'altro e la volontà di abbandonarlo. Esistono relazioni tossiche che a lungo andare logorano chi ne fa parte. Nessuna di loro ha a che fare con l'amore. "La dipendenza affettiva comporta per chi ne soffre l'impossibilità, nonostante la consapevolezza di stare portando avanti una relazione che mina alla salute mentale e a volte anche fisica, di separarsi dall'altra persona" ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Erica Pugliese, psicologa, psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Millemé – Violenza di Genere e Dipendenze Affettive e docente a contratto presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma. Chi soffre di dipendenza affettiva vive un costante conflitto interiore: "Come se fosse una droga, ogni volta che una persona che soffre di questo tipo di dipendenza tenta di separarsi dall'altro perché si rende conto degli effetti psicopatologici che la relazione provoca, prova talmente tanto dolore e angoscia che non potrà fare a meno di tornare indietro e di provare a ricucire il legame mai del tutto spezzato, sottomettendosi all'altra persona". In un’intervista a Daria Bignardi, Selvaggia Lucarelli ha raccontato di aver vissuto anche lei una dipendenza affettiva, l’ha definita come la “Xylella delle relazioni”, proprio per la capacità che questi rapporti malsani hanno di infestare ogni aspetto della vita della persona dipendente.

Cosa prova una persona che ha una dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva è molto più comune di quanto non si possa immaginare "È democratica, non fa distinzione tra condizioni sociali o economiche e neanche di genere, colpisce gli uomini quanto le donne". Chi vive questo tipo di relazione crede sempre di stare affrontando una situazione unica, speciale, che nessun altro potrà comprendere. "In realtà si tratta invece di schemi quasi sempre identici e che hanno tutti dei tratti in comune. Nella mente del dipendente affettivo solitamente c'è la presenza di un conflitto nevrotico che lo fa oscillare tra la voglia di andare via, perché consapevole di star vivendo una relazione tossica, e la paura di rinunciare a quel rapporto". Come se fosse appeso a una liana e oscillasse in continuazione tra due rami: tra la necessità di doversene liberare e l'irrinunciabilità del legame. La dipendenza affettiva è simile nel desiderio e nella concezione a quella dalle droghe: "Ciò che la caratterizza però è l'aspetto interpersonale, ci sono due persone coinvolte. Anche la parte ‘cattiva' della coppia è una persona dipendente, si parla infatti di codipendenza. Se il dipendente minaccia l'abbandono, l'altro sarà sempre pronto a cercarlo".

Come riconoscere una relazione tossica

Per capire se stiamo vivendo una dipendenza affettiva dobbiamo iniziare a far caso ad alcuni comportamenti. "In primis l'intensità delle emozioni – chiarisce la psicologa – La forza con cui si presentano i sentimenti è il primo segnale della presenza di una relazione tossica". Potrà sembrare normale, all'inizio di una storia d'amore, sentirsi particolarmente coinvolti ma se superata la fase dell'innamoramento quest'intensità perdura è bene porsi delle domande: "Nella maggior parte di casi si passa dalla condizione di eccitazione a un senso di sopraffazione o soffocamento e l'altra persona inizia a marcare stretto il partner (il fattore controllo è uno dei più comuni all'interno delle relazioni tossiche)". L'altro elemento comune a tutte le relazioni di dipendenza è l'isolamento: "La tendenza a chiudersi è caratteristica di tutte le storie d'amore agli inizi. Ma in questi casi il maltrattante comincia a denigrare gli amici del partner, allontanandolo giorno dopo giorno dai suoi affetti e facendolo sentire sempre più solo".  Poi c'è la gelosia, da non confondere mai con l'amore o con la premura. "Può diventare pericolosa e sintomo di una relazione tossica, la gelosia cieca che si tramuta nella volontà di controllare in maniera ossessiva e quindi patologica l'altra persona". Denigrare il partner è un altro elemento caratteristico di questi rapporti: "Umiliare e colpevolizzare l'altra metà della coppia avviene in ogni caso di dipendenza affettiva". Infine l'instabilità, quella sensazione di stare sempre sulle montagne russe, che forse all'inizio può provocare quasi una piacevole ebbrezza, fino a diventare nel giro di poco tempo un vero e proprio incubo: "Un ciclo straziante e distruttivo, dal quale è difficile saltare giù e che causerà a lungo andare soltanto sofferenza".

Come affrontare una dipendenza affettiva

L'amore, lo abbiamo detto all'inizio, con le relazioni tossiche non c'entra proprio niente. "Quelle idee di un amore disfunzionale che all'improvviso si trasformerà nella relazione perfetta non sono altro che stereotipi romantici spiega la psicologa – Stereotipi che non fanno altro congelare la vittima in quello stato d'animo di attesa di un cambiamento che quasi sicuramente non avverrà". Per affrontarle è necessario ricorrere a una terapia, soprattutto quando sfocia in relazioni violente: "Come ricercatrice sto lavorando proprio a un protocollo cognitivo comportamentale per i pazienti con dipendenza affettiva. Si comincia dalla risoluzione del conflitto interiore che è il cuore disfunzionale di questo tipo di condizione e si lavora sulla ricostruzione della persona, a partire dal senso di agentività, si cerca di restituire un senso di potere, la possibilità di agire in prima persona sul cambiamento".

L'importanza della terapia di gruppo

Molte persone che riescono a venir fuori da relazioni di questo tipo e iniziano una nuova storia d'amore raccontano di non sentirsi più innamorati come prima: "In realtà si tratta solo di incanalare quel tipo di eccitazione in attività più sane. Di imparare a dirigere meglio le energie". È importante anche dire che, se non ci sono storie di violenza, una relazione di dipendenza non per forza deve terminare. "Si può lavorare singolarmente o sulla coppia, si comprendono i motivi che spingono le persone a tenere certi comportamenti e si correggono i cicli disfunzionali. Si cerca di andare verso la sobrietà emotiva per mettere fine alla tossicità, provando anche a salvare, se lo si vuole, la relazione. Pensiamo ad esempio a quando la dipendenza affettiva riguarda un rapporto madre-figlio". La maggior parte delle persone con dipendenza affettiva arriva da uno psicologo chiedendo un aiuto per il partner più che per sé stesso. "Chiedono se il partner è un narcisista, spostando l'attenzione su di lui, quando invece la domanda che dovrebbero porsi è ‘Come mai sto soffrendo tanto?' oppure ‘Perché accetto tutto questo?'". Molto utile accanto alla terapia è partecipare a gruppi di auto aiuto: "Con l'associazione Millemé, lavoriamo con gruppi dove oltre ai pazienti ci sono medici, psicologi e se necessario anche avvocati. È utile per confrontare le proprie storie e condividere il proprio stato d'animo".

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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