La maternità nello sport è ancora una questione spinosa a quanto pare e la vicenda che vede protagonista la pallavolista Lara Lugli dimostra quante poche tutele ci siano ancora per le atlete. Carriera e vita privata sono due corsie che per le donne sembrano sempre più distinte e separate. Da un lato c'è la percezione che si debba scegliere tra il fare la mamma e lavorare, come se fare bene entrambe le cose fosse impossibile. Dall'altro (e questo è il vero problema che determina poi il pregiudizio) mancano quegli adeguati sostegni che consentirebbero di non dover necessariamente effettuare una scelta tra le due cose. Volersi realizzare nel lavoro e volersi realizzare nel privato sono entrambi diritti, l'uno non esclude l'altro o almeno non dovrebbe. Il caso Lugli ha richiamato all'attenzione delle istituzioni, del governo e delle associazioni di settore il tema della maternità. Dopo la polemica aperta dalla pallavolista c'è stato un grande sostegno da parte delle colleghe e dei colleghi. Si è levato un unanime grido in nome della tutela dei diritti delle atlete che se decidono di volere un figlio non fanno un dispetto né alla squadra né alla società.

Il caso Lara Lugli accende la polemica: i fatti

Lara Lugli a 38 anni scopre di aspettare un bambino: questo accadeva nel 2019, quando era una pallavolista di serie B1 del Volley Pordenone (oggi Maniago Pordenone). Una volta comunicata la gravidanza alla società il contratto si risolve e le viene negato il pagamento dell'ultima mensilità, quella precedente l'interruzione del contratto. L'atleta ha dovuto subire non solo il dramma dell'aborto, ma anche una citazione in giudizio per danni da parte del Pordenone, che l'ha accusata di aver violato il contratto. Tra le colpe dell'oggi 41enne anche l'aver negato la volontà di diventare mamma, scelta che avrebbe danneggiato il club, costringendolo a doversi privare di lei a campionato già iniziato. Questa è la versione dei fatti resa da Lara Lugli, attraverso uno sfogo diventato virale su Facebook. La sua storia ha colpito ovviamente le colleghe e i colleghi di diverse discipline, non solo pallavolo, che le hanno dimostrato solidarietà e che si stanno auspicando che qualcuno prenda finalmente in mano la situazione. C'è bisogno di tutelare realmente le atlete e il loro diritto alla maternità, che nulla toglie loro in quanto professioniste.

Il gesto forte delle colleghe

Il mondo dello sport è attualmente molto scosso dalla storia di Lara Lugli e la solidarietà da parte delle atlete non si è fatta attendere. Ieri c'è stata una mobilitazione sui campi di pallavolo, dove le giocatrici hanno fatto un gesto molto forte per dare un segnale chiaro di ciò che vogliono: diritti e uguaglianza, non discriminazione solo perché donne e solo perché intenzionate a voler diventare un giorno mamme. Durante la finale di Coppa Italia della serie A2 femminile le ragazze di entrambe le squadre (Mondovì e Macerata) si sono schierate in campo con un pallone sotto la maglia, come fosse pancione. Lo stesso gesto si è visto anche in altri palazzetti e neppure le squadre maschili si sono sottratte dal dare il loro contributo a questa battaglia in nome del diritto alla maternità. Essere mamme non impedisce di essere anche atlete e non è qualcosa per cui "chiedere danni". Continuare a giocare o diventare mamma? Nessuna atleta dovrebbe mai porsi questo interrogativo né dovrebbe essere costretta a farlo per paura di ripercussioni, perché poco tutelata, perché non adeguatamente aiutata e sostenuta nel suo voler portare avanti entrambe le cose. E invece a quanto pare le sportive lasciano la loro attività "per colpa" della maternità, di fatto considerata un "punto e capo" nella loro vita. Questo non è tollerabile: le atlete meritano di essere ascoltate e tutelate, non ostacolate.