Da mesi, come è giusto che sia, la parola Coronavirus è onnipresente, ha fagocitato l'attenzione di tutti distogliendo forse un po' lo sguardo da tutte le altre problematiche. Siamo in pandemia, è vero, ma non si muore solo di Covid. E non sono solo i contagiati ad aver bisogno di terapie e farmaci. Con un video diventato virale Martina Luoni ha testimoniato la difficoltà dei malati nell'accedere in tempi brevi a visite, esami, cure, interventi chirurgici a causa dei collassi delle terapie intensive, della mancanza di personale, delle liste d'attesa lunghissime. Lei convive con tutto questo da un paio d'anni, da quando ha ricevuto la sua prima diagnosi di tumore all'età di 23 anni. A Fanpage.it ha raccontato cosa significa essere una giovane donna con un tumore ai tempi del Covid.

La battaglia di Martina

Un tempo una diagnosi di tumore era vissuta come una condanna a morte, ma oggi non è più così. Tanto è stato fatto per sensibilizzare alla prevenzione e tanti passi avanti sono stati compiuti dalla scienza e dalla medicina. Certo, il tempo riveste un ruolo importante, sia per quanto riguarda la diagnosi che le cure. Per questo quando si è accorta del rallentamento portato dalla pandemia nell'accesso a certi servizi fondamentali, Martina ha deciso di dire apertamente la sua. Lo ha fatto con un video che ha fatto il giro dei social. A Fanpage.it ha raccontato la sua personale battaglia contro il cancro: «È iniziata nell'aprile 2018 con un intervento d'urgenza, stavo benissimo fino al giorno prima, non avevo alcun sintomo. Oltre alla massa al colon avevo anche una metastasi al fegato. Dopo la rimozione della prima ho fatto quattro cicli di chemio, rimozione della seconda e sei cicli di chemio preventiva finiti a gennaio 2019. Poi ad aprile 2019 ho fatto un terzo intervento e ho scoperto la recidiva, stavolta nei linfonodi. Da lì è ripartito tutto e sono in terapia di nuovo da circa un anno».

Avere un tumore ai tempi del Covid

Curarsi in questi mesi non è stato semplice: «Gli ospedali sono andati in sofferenza e le liste d'attesa si sono allungate. In prima persona ho vissuto queste difficoltà, vedevo la fatica dei medici e sentivo tante storie di persone: visite spostate, interventi rimandati, personale ammalato. Si rallentava tutto». Ad aggravare il tutto, c'era poi l'immunodeficienza a cui chi si sottopone alle chemio va incontro, che espone a maggiore rischio di contrarre il Covid: «Bisogna stare cento volte più attenti» ha spiegato Martina. Lei ha dovuto assistere anche alla noncuranza di tante persone che hanno sottovalutato il virus: «Ma quando si dà la colpa ai giovani non è vero, è stato sottovalutato da tutti. Se ne vedevano tante, anche sui social, si vedeva cosa c'era in giro sia nella prima che nella seconda ondata. Questa estate si è fatto quello che si voleva, pensando che il peggio fosse passato. Serviva maggiore coscienza comune: sapevamo a cosa stavamo andando incontro. Ci hanno lasciato liberi, ci hanno dato fiducia: potevamo sfruttarla in modo migliore».

«Perché proprio a me?»

Martina si è ritrovata a fronteggiare giovanissima una situazione molto più grande di lei. In questi casi ognuno cerca in sé, nella propria vita, in ciò che gli appartiene le forze a cui attingere per andare avanti. Per lei c'è stata una figura di riferimento molto forte: «Mia nonna. Le avevano dato tre mesi di vita: è durata quattro anni. Lei era quella che dopo la chemio guardava mio nonno e diceva: voglio andare al Mc Donald's! Era una potenza assurda nonostante i suoi 80 anni. Lei mi ha aperto la via, era una guerriera, la forza l'ho trovata tutta da lei» ha raccontato. E ha sottolineato quanto sia importante mantenere un atteggiamento positivo, perché se sull'aspetto medico il singolo ha ben poco potere, ciò che si può governare è senza dubbio il modo di porsi nei confronti della malattia: «Ti dici: Perché proprio a me, che ho 26 anni e una vita da vivere? Perché devo andare a letto con la paura che possa andare male? Ma quando ci sei dentro devi reagire: se non lo fai, nessuno ti potrà salvare sul piano mentale. I medici ci possono mettere tutta la forza e i farmaci, ma se mentalmente molli, nessuno ti può recuperare in quel senso».

«Perché devo privarmi? Devo vivere al meglio»

La vita di Martina negli ultimi tre anni è cambiata, ma per quanto possibile non ha rinunciato a nulla: ha mantenuto la sua indipendenza, è andata a vivere da sola, viaggia molto, lavora e anche durante il lockdown ha cercato di tenersi impegnata e coltivare degli hobby. Non le manca nulla sul piano "pratico", ma c'è una cosa che invidia ai suoi coetanei: «La spensieratezza. Dei miei coetanei nessuno pensa: Può succedermi qualcosa, posso non farcela. Per il resto, per quanto limitata sono una persona che non si fa fermare. Io non sono la mia malattia: ho 26 anni e finché ho la fortuna di stare bene e ce la faccio, perché devo privarmi? Devo vivere al meglio». Martina sulla schiena si è fatta tatuare la scritta "Lioness": tutti la chiamano così da quando è iniziata la sua battaglia, affrontata sempre con coraggio. Ma molto più di quel soprannome, è il sorriso con cui racconta la sua storia a parlare per lei: quel sorriso è il ruggito più grande, dice davvero chi è e quanto è forte nonostante tutto.