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Opinioni
12 Marzo 2021
17:40

Vietare il velo integrale come in Svizzera non vuol dire essere dalla parte delle donne

Con il referendum dello scorso 7 marzo, la Svizzera ha vietato l’utilizzo di burqa, niqab e qualunque tipo di velo integrale in luoghi pubblici. Dietro ai motivi di sicurezza e del pericolo della radicalizzazione islamica, c’è ancora lo scontro di civiltà consumato sulla pelle delle donne. Perché continuiamo ancora a pensare che la donna velata sia necessariamente una donna sottomessa? E, nel caso in cui lo fosse, è impedendole di uscire che potremmo donarle la libertà?
A cura di Giulia Torlone
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Il 7 marzo scorso la Svizzera ha ufficializzato, dopo un referendum, il divieto di burqa, niqab e velo integrale nei luoghi pubblici. A pochi giorni dalla Giornata internazionale dei diritti delle donne è bene tornare su questa notizia, passata un po' in sordina, per chiederci quali siano davvero questi diritti da difendere e quanto strenuamente dobbiamo farlo anche quando si tratta di culture e a noi lontane, di tradizioni religiose che facciamo fatica a comprendere. Se siamo tutte e tutti d'accordo con lo slogan "My body, my choice", dovremmo essere consapevoli del fatto che difendere il corpo delle donne vuol dire farlo anche quando è coperto da un velo da cui spuntano solamente gli occhi. È chiaro che molti potranno legittimamente obiettare che il burqa o il niqab sono forme di sottomissione femminile da parte di una religione che, quando è portata all'estremo, non ha una considerazione invidiabile della donna. Su questo punto, però, ci sono varie considerazioni da dover fare

Il falso binomio velo-integralismo

Quando la laicità diventa imposizione, è facile che venga scambiata per un dogma alla stregua della religione più integralista. Poco regge la motivazione del divieto del velo integrale con motivi di sicurezza, sembra più che altro l'intenzione di marginalizzare un credo e una tradizione. In questi anni, dall'attacco terroristico dell'11 settembre, tantissime volte abbiamo visto donne islamiche prendere parte a dibattiti e convegni: le abbiamo viste difendere la loro libertà di indossare il velo come parte di una tradizione che appartiene alla loro storia vissuta, senza costrizione da parte di padri o mariti. È giusto, in questo caso, che lo Stato si arroghi il diritto di decidere per loro costringendole a scoprire viso e testa? Appare ancora di più singolare che in Svizzera venga sollevato il problema dato che di cittadini musulmani raggiungono appena il 5 per cento e di donne con il niqab solo una trentina. Il referendum, voluto dalla destra svizzera, ha utilizzato slogan come "basta estremismo", come a voler esprimere con sicurezza che esista il binomio velo-terrorismo. Una visione della realtà abbastanza semplicistica, permettetemi di dirlo.

Il corpo delle donne come scontro tra civiltà

Restiamo su questo punto: se velo vuol dire estremismo, se niqab significa togliere libertà alla donne, siamo sicure che criminalizzare sia la soluzione? Sembra piuttosto che, ancora, è sulle donne che viene concentrato lo scontro tra occidente e Islam. Una donna obbligata a portare il velo integrale se non potrà uscire indossandolo, non uscirà più. In questo caso la Svizzera non sta aiutando le donne, presunte sottomesse, a uscire da questa condizione, ma le sta condannando a una vita da recluse. La visione occidentale della donna di fede islamica come schiava e sottomessa, oltre a essere falsa nella maggior parte dei casi, rischia di essere un vero e proprio boomerang per chi quella condizione la vive realmente. Secondo la nostra visione del mondo è difficile credere che si possa godere della propria femminilità e libertà con il capo coperto. Ma come noi non vogliamo interferenze e giudizi sul nostro corpo, dovremmo imparare a fare lo stesso con donne che non appartengono alla nostra stessa cultura. Combattere per la libertà femminile vuol dire farlo per tutte, nessuna esclusa. E dirlo apertamente, anche quando uno Stato laico decide con la forza di entrare nella vita privata delle sue cittadine, anche se di fede minoritaria.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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