Sarah Hijazi aveva 30 anni ed è tristemente finita sulle pagine di tutti i giornali. Era un'attivista LGBQTI+ egiziana e la sua storia ha fatto il giro del web quando era ormai troppo tardi. La sua vita si è interrotta bruscamente con il suicidio, non riusciva ad accettare le atrocità e le torture subite in carcere, dove era finita non per un delitto atroce, per una violenza o per un oltraggio alla legge, quanto piuttosto per aver sventolato pubblicamente una bandiera arcobaleno. In Egitto il gesto viene considerato imperdonabile e oltraggioso, cosa che finisce per limitare le libertà degli individui, ai quali viene negata la possibilità di rivelare la loro vera natura. Quello che ci si chiede dopo la straziante morte di Sarah è: quand'è che trans, no gender, omosessuali e tutti i rappresentanti della comunità LGBQTI+ verranno considerati persone comuni e non più minoranze da reprimere?

Sarah Hijazi: in carcere per aver sventolato la bandiera arcobaleno

Era il settembre 2017 quando Sarah Hijazi andò al concerto di una band libanese, i Machrou Laila, e, sulle spalle dell'amico Ahmed Alaa, mostrò con orgoglio la bandiera arcobaleno, simbolo del Pride. Mentre cantava con spensieratezza "Digli che siamo ancora in piedi!/ Digli che stiamo resistendo!/ Digli che abbiamo ancora gli occhi per vedere! Digli che non abbiamo fame", non si sarebbe mai immaginata che quel gesto spontaneo e semplice avrebbe messo fine alla sua vita. I leader religiosi egiziani giudicarono quel suo comportamento imperdonabile e chiesero subito una punizione severa ed esemplare. Sarah finì in carcere e per un anno intero venne tortura dalle guardie carcerarie tra ispezioni corporali, stupri, minacce, offese. Gli abusi subiti la annientarono, facendole perdere la forza di andare avanti. Sebbene fosse stata liberata e vivesse in Canada come rifugiata politica, ha continuato a soffrire, tanto da considerare la morte la sua unica via d'uscita.

Le ultime strazianti parole di Sarah

La scorsa domenica Sarah ha lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, i destinatari erano i fratelli, gli amici e il resto del mondo. Le sue parole sono struggenti e rivelano il dolore che le dilaniava l'animo: "Ho cercato di trovare redenzione e ho fallito. Quell’esperienza è stata troppo dura, e io sono troppo debole per resistere, perdonatemi". Su Facebook aveva invece scritto: "Il cielo è più dolce della Terra! E io voglio il cielo, non la Terra!". La depressione e il malessere hanno vinto ma difficilmente si dimenticherà la storia di Sarah. L'unica colpa della giovane attivista è stata quella di non essere eterosessuale e non si può non rimanere senza parole di fronte tanta chiusura mentale. ma Per quanto ancora appartenere alla comunità LGBQTI+ verrà considerato immorale, tanto da dover essere punito con il carcere? Non si tratta forse sempre di essere umani che, in quanto tali, vanno trattati con rispetto?