Dal primo gennaio 2018 nei supermercati troveremo solo sacchetti biodegradabili e compostabili a pagamento per imbustare i prodotti sfusi e a peso. Si tratta di una legge approvata lo scorso agosto, e che prevede che i sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri, quelli utilizzati per il trasporto di frutta, verdura, salumi, pane e altri prodotti freschi come carne e pesce, siano biodegradabili, monouso e a pagamento, con un costo che andrà da 1 a 3 centesimi. La notizia ha da subito scatenato le proteste da parte dei consumatori, che si sono scatenati soprattutto sui social: non sono mancate infatti possibili soluzioni per evitare questo che molti considerano un ulteriore balzello. L'intento della norma è quello di ridurre i rifiuti di plastica, altamente inquinanti per l'ambiente, e di promuovere l'industria italiana, leader nella produzione di plastica biodegradabile. Ma scopriamo di più su questa nuova legge e quali sono le possibili soluzioni da adottare.

Come sono fatti i sacchetti biodegradabili e quali sono i vantaggi?

Sapete come sono composti i sacchetti biodegradabili? Il materiale di base è spesso l'amido di alcune piante come patate, mais, tapioca o grano, esistono però anche bioplastiche che vengono prodotte dalla fermentazione di zuccheri o grassi. Il vantaggio dei sacchetti biodegradabili è che possono essere decomposti da microorganismi in molecole più semplici: si tratta di una condizione necessaria per mantenere l'equilibrio ecologico del pianeta. La norma europea UNI EN 13432 stabilisce che le shopper biodegradabili, seguendo il normale ciclo di compostaggio, devono distruggersi per il 90% dopo 3 mesi e devono essere digeriti per il 90% dai microogranismi in 6 mesi. È importante perciò ricordare che i sacchetti biodegradabili, per essere tali, devono sempre seguire tutto l'iter di compostaggio: se gettati in mare o in terra resisteranno per anni, proprio come i normali sacchetti di plastica in polietilene.

Sacchetti biodegradabili a pagamento: cosa dice la legge e quali sono le sanzioni

La legge sui sacchetti biodegradabili a pagamento del 1° gennaio 2018 è l'articolo 9-bis della legge di conversione n.123 del 3 agosto 2017 (Decreto Legge Mezzogiorno) che stabilisce che «le borse di plastica non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite» . Ciò significa che i supermercati e le attività commerciali non potranno più utilizzare i normali sacchetti ultraleggeri in plastica (con spessore sotto i 15 micron), tra i primi responsabili dell'inquinamento dei mari, che dovranno essere sostituiti da bioshopper, composte di materia prima rinnovabile di almeno il 40%, da far pagare ai clienti: il costo potrebbe cambiare da negozio a negozio ma dovrebbe stimarsi tra 1 e 3 centesimi per sacchetto. Il costo per ogni famiglia oscillerà quindi dai 4 ai 12 euro all'anno. Per tutti gli esercizi commerciali che non rispetteranno la nuova norma sono previste sanzioni che vanno da 2.500 a 25.000 euro, multe che possono arrivare anche a 100.000 euro in caso di "ingenti quantitativi" di buste fuorilegge.

La rivolta social sulle shopper biodegradabili a pagamento

La notizia dei sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura ha scatenato subito polemiche tra i consumatori che si sono riversati a protestare sui social. Una foto in particolare è diventata il simbolo di questa protesta: una consumatrice ha infatti postato una foto con delle arance pesate ed etichettate una ad una, così da non usare il sacchetto, il tutto accompagnato dalla scritta:"Fatta la legge, trovato l'inganno". Si tratta però di una pratica vietata nei supermercati per questioni di igiene inoltre, molti supermercati, hanno già inserito nell'etichetta di pesatura il costo del sacchetto, così da evitare "furbate" da parte dei clienti. Sono poi in molti a pensare che l'eliminazione dei sacchetti di plastica potrebbe rivelarsi un boomerang dal punto di vista ambientale: molte persone, infatti, pur di eludere questa nuova tassa, preferiranno l'acquisto di prodotti già imballati e imbustati con un conseguente aumento di materiale plastico da smaltire.

Bioshopper a pagamento: no ai sacchetti portati da casa e le possibili soluzioni da adottare

Esistono soluzioni alternative ai sacchetti biodegradabili a pagamento? Per i consumatori non sarà facile trovare degli involucri sostitutivi, nemmeno utilizzando soluzioni fai da te: il Ministero dell'Ambiente ha già fatto sapere che, per motivi igienici, non si potranno utilizzare sacchetti portati da casa oppure riutilizzati. Non sarà inoltre possibile utilizzare la stessa shopper per più prodotti: dovranno essere trasportati in sacchetti diversi a seconda del costo. A tal proposito il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) si è subito espresso, dopo aver svolto un'indagine a campione tra i propri iscritti:«La mancanza di soluzioni alternative per i consumatori fa sorgere il sospetto che la misura sia una nuova tassa sui cittadini mascherata da provvedimento ambientale» L'associazione considera poi incomprensibile il divieto di portare le shopper o le vecchie borse in rete da casa, soluzioni che permetterebbero di ridurre il consumo di rifiuti evitando anche inutili costi a carico delle famiglie. Inoltre il Codacons è già pronto a presentare una diffida al Ministero dello sviluppo economico, affinchè emani una circolare che permetta ai consumatori di portare da casa delle shopper trasparenti, così da facilitarne la verifica del contenuto. In caso di mancato ascolto di tale richiesta, l'associazione è intenzionata ad avviare forme di protesta proponendo uno "sciopero del sacchetto" e consigliando ai clienti del supermercato di etichettare i singoli prodotti per evitare di pagare l'ingiusta gabella.

Come fare allora? Una soluzione potrebbe essere quella di evitare i supermercati e la grande distribuzione e acquistare i prodotti presso produttori o mercatini di fiducia: in questi casi si potrà chiedere di mettere la frutta e la verdura in cassette di legno riutilizzabili da riportare al produttore una volta vuote. In questo modo, non solo si alimenterebbe il commercio a Km zero, ma si eviterà di utilizzare plastica riducendo la produzione di rifiuti.