Abbiamo trascorso mesi chiusi in casa, guardando il mondo dalla finestra o dalle foto conservate sul rullino del nostro cellulare. C'è stato raccontato quello che accadeva fuori e abbiamo desiderato più di ogni altra cosa anche solo poter tornare a camminare all'aria aperta. Eppure, ora che tutto ha ricominciato a girare di nuovo, seppure lentamente, tornare alla normalità non è così facile come ci aspettavamo che fosse. Dei rischi legati alla ripartenza nel dopo quarantena ne ha parlato a Fanpage.it la psicologa e psicoterapeuta Maria Beatrice Toro. «Un cambiamento per la nostra mente è già tanto. Noi ne abbiamo fatti due, uno per entrare nel lockdown e uno adesso che ne siamo usciti. Ricordiamoci che anche il cambiamento positivo è comunque uno stress».

Come siamo cambiati dopo la quarantena

Trascorrere così tanto tempo senza poter uscire ha cambiato profondamente il nostro approccio alla vita di tutti i giorni. «Basta guardare quello che sta succedono nelle città. Ci aspettavamo negozi pieni, in realtà non è cosi. Specialmente nei primissimi giorni del post quarantena c’erano pochissime persone in mezzo alla strada, segno che questo stare a casa un po’ ci ha anche abituati a ritmi lenti. Tornerà la voglia di fare le cose. Questo è solo un momento passeggero». A facilitarci è anche l'arrivo della bella stagione «La luce stimola alcuni nuclei del cervello che ci portano a essere più di buon umore. Sono fiduciosa che questa sensazione di ottundimento, di stanchezza, che sembra quasi depressione, si risolverà nei prossimi giorni – spiega la dott.ssa Toro Certamente i cambiamenti ci sono, le persone sono più irritabili. Faccio un esempio banale: noi non abbiamo nessun obbligo di portare la mascherina per la strada, ma ho visto degli screzi tra persone, totalmente ingiustificati».

Le difficoltà di ricominciare

Se la quarantena ha rappresentato un forte periodo di stress, il ritorno alla normalità non è da meno. «Le persone psicologicamente serene, equilibrate, forti e con una buona rete sociale supereranno la cosa senza problemi». Chi, però, non può contare su così tante certezze ed è più vulnerabile potrebbe andare incontro a maggiori difficoltà e continuare a chiudersi, senza trovare la voglia di uscire e riprendere in mano la propria vita. «Il cervello umano più che il dolore teme il cambiamento. Il fatto di abituarsi a stare a casa ha fatto sì che uscire ci faccia avvertire un po’ come un pericolo il mondo esterno. Lo abbiamo vissuto per tanti giorni associandolo all’idea di pericolosità e quindi ci siamo un rifugiati nel bozzolo. In momenti di stress alcune persone tendono a chiudersi e non hanno voglia di parlare dei propri problemi, di vedere gli amici, di ammettere di essere in crisi o di avere difficoltà nel pagare l’affitto. Uscire significa di nuovo esporsi al giudizio degli altri e non è che il Covid ci abbia fatto bene. Ne usciamo un po’ ammaccati e tante persone non hanno nessuna voglia di farsi vedere così e quindi aspettano di rimettersi in forma prima di esporsi al giudizio del mondo».

Quel senso di fallimento che può essere d'ostacolo

Chi è molto legato alla propria immagine e al proprio status sociale potrebbe risentirne in questo periodo in cui tutti, chi più chi meno, ha cambiato il proprio stile di vita. «La perdita di questo status può provocare conseguenze indelebili in termini di senso di fallimento. Come se a un certo punto si diventasse ciechi del fatto che siamo tutti nella stessa situazione. Alcune persone fanno una distorsione cognitiva e pensano di non essere stati in grado di superare questa situazione brillantemente. In realtà non c‘è modo di farlo. Il 90% di noi si trova con un abbassamento del tenore di vita e una parte, quella più a rischio, ne risentirà terribilmente. L’ansia e la depressione si risolvono, ma chi ha una personalità fragile, narcisistica, che si appoggia molto sui risultati, purtroppo può andare incontro a delle conseguenze negative».

Cosa fare per tornare a una nuova normalità

Tornare ai ritmi di prima può essere d'aiuto. Se c'è una cosa che non ci ha facilitati in questa lunga quarantena è stata proprio l'assenza di orari. I ritmi sonno veglia sono cambiati, insieme alle abitudini alimentari. Chi sta continuando a lavorare in smartworking potrebbe incontrare maggiori difficoltà. Ed è per questo che, come consiglia la psicologa, bisogna darsi degli appuntamenti: mezz'ora di allenamento o di passeggiata prima di accendere il computer e sedersi alla scrivania è un ottimo punto di partenza. Tornare in palestra, per chi prima si allenava con costanza, non deve farci paura, così come concederci lunghe camminate e passeggiate in bicicletta. Tutto questo ci permetterà di tirar fuori le endorfine, che il nostro organismo rilascia proprio durante l'attività fisica e che costituiscono un vero antidepressivo naturale. Attività come lo yoga e il mindfulness restituiscono lucidità e allontano questo senso di intorpidimento che sembra essersi impossessato di noi, come ribadisce la dottoressa Toro.

Quanto conta oggi la solidarietà

Ma è anche vero che in questo momento non dobbiamo avere timore di chiedere aiuto ad amici e parenti. «Se stiamo veramente male, con crisi di panico e sintomi depressivi, vale la pena rivolgersi a una terapeuta, a un professionista, anche al medico di base per avere un consiglio. Non dobbiamo avere paura della nostra vulnerabilità, di mostrarla. Io direi che questa pandemia potrebbe essere davvero l’occasione per essere meno terrorizzati dal giudizio degli altri e un po' più coscienti del fatto che nella vita quello che ci porta avanti sono le relazioni, gli affetti». Durante questa delicata fase di riscoperta di una nuova normalità, non dobbiamo dimenticarci dell'altro. Di chi magari ha perso un familiare o un amico, di chi ha combattuto il Coronavirus. «Credo sia il momento di aiutarsi e di fare comunità, una cosa a cui non siamo abituati perché viviamo in una società individualistica. Fare comunità significa che dobbiamo ricordarci di prenderci cura delle persone che stiamo vedendo un po' in crisi. Se un amico non si fa vedere alla cena, facciamogliela una telefonata, facciamolo un gesto, andiamolo a trovare, magari pieni di mascherine e di guanti. Chi sta bene in questo momento ha una responsabilità enorme ed è quella di vigilare su chi è più in difficolta. Questa è una tragedia che ha colpito la collettività. È successo a tutti». Mai come questa volta tutti abbiamo vissuto la stessa amara condizione e aiutarsi l'un l'altro può davvero alla fine essere la soluzione vincente.

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