La Polonia continua la sua crociata contro le donne. Nonostante sia già il Paese con la legge sull’aborto più restrittiva d’Europa (la maglia nera spetta a Malta), da oggi fa un passo in più verso la negazione di uno dei diritti da sempre più contestati. La Corte Costituzionale polacca ha infatti vietato l’interruzione di gravidanza in caso di malformazione del feto, suscitando clamore all’interno del Paese e non solo.

Le continue restrizioni sull'aborto lo rendono quasi impossibile

La presidente della Corte Julia Przylebska, nel motivare la sentenza, ha affermato che la legislazione che precedentemente permetteva l’aborto per motivi di malformazione fetale, era “incompatibile con la Costituzione del Paese, che tutela il diritto alla vita”. Ora, dunque, per una donna polacca poter abortire è quasi impossibile. La legge lo permette soltanto nei casi di incesto, stupro o quando la gravidanza metta in serio pericolo la salute della madre o del futuro bambino. Questi casi, però sono soltanto la minima parte sul totale delle richieste di aborto: corrispondono soltanto al 2 per cento. Parafrasando il dato, vuol dire che questa legge è un colpo di mannaia le donne, perché di decidere del proprio corpo e della propria gravidanza non ne avranno più alcun diritto. Questo, però, non significherà affatto che gli aborti spariranno dal Paese. Il rischio, come accade con la maggior parte dei proibizionismi, è aprire le porte dell’illegalità, con interruzioni di gravidanza clandestine, che mettono a rischio la vita di chi vi si sottopone. Ma soprattutto il diritto all’aborto diventa un diritto di censo, perché soltanto chi avrà denaro per spostarsi all’estero, in una clinica privata austriaca, potrà disporre del proprio corpo.

Dal boicottaggio della Convezione di Istanbul alle Lgbt free zone

Già lo scorso luglio la Polonia aveva fatto discutere con la decisione di ritirare il Paese dalla Convenzione di Istanbul, il trattato europeo che fissa dei punti condivisi per combattere la violenza di genere, confermando il chiaro intento politico di relegare le cittadine a una dimensione domestica e di libertà dimezzata. Una condizione completamente fuori dai parametri civili e umani che si richiedono a un Paese membro dell’Unione Europea. Lo stesso discorso, è applicato ai diritti delle persone lgbt, calpestati completamente. Gli omosessuali vengono costantemente aggrediti e minacciati senza avere uno straccio di legge che li tuteli, anzi, proprio l’omosessualità è vista dal partito di maggioranza come “un’importazione che minaccia il Paese”. Un terzo del territorio polacco è occupato dalle cosiddette “Lgbt free zones” ossia dei territori liberi da quella che considerano l’ideologia gender. In pratica le persone omosessuali che vivono in queste zone possono essere escluse dalla vita lavorativa e sociale venendo stigmatizzati senza avere alcun diritto di replica. Questi atteggiamenti non hanno valore legale, ma sono oramai consuetudine. In un Paese membro dell’Unione Europea è possibile tollerare tutto questo? Possiamo continuare a guardare inermi mentre una nazione a noi vicina calpesta sistematicamente i diritti e la vita dei propri cittadini? È ora che l’Europa sia all’altezza dei propri padri fondatori e metta al bando chiunque non inserisca nella propria agenda politica il rispetto dei diritti umani fondamentali.