L’omicidio (perché di omicidio si tratta) di Caivano ci ha messo davanti a molteplici livelli di possibili discussioni. Tanti si sono sperticati in analisi, pochi hanno usato le giuste parole. La colpa di noi giornalisti è stata, ancora una volta, il non riuscire a essere all’altezza. Ancora una volta non si sono trovate le parole corrette, dignitose, per fotografare una realtà tanto semplice da raccontare. Eppure basta davvero una frase per riuscirsi: una ragazza e un ragazzo, quest’ultimo nato nel corpo di una donna, si amavano e convivevano da tre anni, ma la famiglia di lei non accettava la loro relazione. In questa storia non c’è nessuna coppia lesbica, nessuna Cira e Maria Paola, ci sono un uomo e una donna. Il finale di questa storia lo conosciamo: Maria Paola muore perché la moto su cui viaggiava con Ciro, è stata speronata da suo fratello Michele. Michele non accettava che sua sorella potesse amare un uomo transessuale. Considerava tutto questo una devianza, un oltraggio all’onore familiare, una malattia da cui guarire. Quello di cui si è parlato poco, al di là del più macroscopico problema della transfobia, è un aspetto che sta lì nel fondo di questa storia e che merita qualche parola in più.

L'onore si gioca sul corpo delle donne

Questa storia ci ricorda che ancora oggi, in innumerevoli occasioni, il corpo delle donne è un terreno in cui si gioca l’onore familiare. Già, perché Michele ha ucciso sotto la spinta dell’onta che Maria Paola ha provocato in lui. Questa storia di cronaca ci ricorda che in alcune situazioni familiari, non troppo lontane da noi nel tempo e nello spazio, una sorella deve ancora essere protetta e indirizzata nel suo modo di vivere dal fratello. Un uomo che si fa garante di valori morali e di comportamento, come nelle società patriarcali islamiche che noi ci affrettiamo a giudicare ogni pié sospinto. L’omofobia è lo sfondo di questa storia su cui però, con altrettanta forza, si muove la pretesa di una qualche sudditanza della donna nei confronti del maschio di casa. Che sia un fratello, un padre, un cugino, l’onore familiare è nelle mani del sesso maschile e la donna non deve alterarne gli equilibri. Ogni scelta libera e fuori dal tracciato delle aspettative, è da correggere. Anche a costo di oltrepassare il limite dell’umanità e sfociare nell’omicidio. Lo dimostra la mancanza di pentimento della famiglia di lei, che giustifica il gesto del figlio perché spesso meglio la morte che la vergogna di non soddisfare le aspettative di una società eteronormativa. L’onore, concetto che sembra appartenere all’inizio del secolo scorso, è il valore su cui alcuni pezzi del nostro tessuto sociale è forgiata. Le donne non hanno diritto a compiere scelte che possano danneggiarlo, devono essere osteggiate e riportate all’interno del recinto. Poco importa se l’effetto collaterale è la morte, il movente è così sentito e condiviso che basta così.

Ripensare la famiglia è una battaglia necessaria

La battaglia da intraprendere è necessaria. Esigere una legge contro l’omolesbobitransfobia è sacrosanto, perché il movente sessuale sia un’aggravante in ogni caso di violenza. Ma c’è anche il bisogno urgente di scardinare valori machisti che seminano odio e, in troppi casi, morte. La famiglia non è appartenenza fisica a valori precostituiti, non è sudditanza della donna verso l’uomo. Maria Paola è morta perché osteggiata nelle sue scelte sentimentali, ma anche perché si era macchiata della colpa di non sottostare ai dettami dell’onore familiare. Scardinare questa costruzione sociale è ciò che lei e Ciro meritano più di ogni altra cosa.