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Maestra d’asilo perde il lavoro dopo un revenge porn: la donna è ancora la colpevole e mai la vittima

In provincia di Torino una giovane maestra è stata costretta alle dimissioni dopo che il suo ex aveva diffuso immagini private senza il suo consenso. Mentre la legge tenta di arginare il revenge porn, il web si scatena con i commenti indignati dove ancora una volta la vittima diventa l’unico colpevole. Non importa che le foto in questione siano diffuse in barba alla privacy, quello che nessuno accetta ancora oggi è la sessualità libera delle donne.
A cura di Giulia Torlone
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Una maestra d’asilo è stata costretta alle dimissioni. Avrà fatto del male ai bambini, sarà stata giudicata inadeguata nello svolgere il suo lavoro, chiederete voi. E invece no, nulla di tutto questo: è stata licenziata a causa della sua vita privata e della vendetta del suo ex fidanzato. Provincia di Torino: due ragazzi si incontrano, si piacciono, iniziano una relazione. Lui è un calciatore dilettante, lei lavora in una scuola per l’infanzia. Nei mesi che passano insieme si scambiano foto più o meno erotiche, dei video. Capita spesso di utilizzare uno smartphone per colmare la distanza. Eppure accade di nuovo: lei lascia lui e inizia la sua penitenza. Perché quelle foto private, quel video, circolano nella chat degli amici di calcetto del ragazzo. Rimbalzano fino ad arrivare alla moglie di un amico di lui, che riconosce nella donna la maestra di suo figlio. Il calvario è servito: il materiale viene inviato ad altre mamme, seguono le minacce di dirlo alla direttrice nel caso la vittima di revenge porn avesse voluto denunciare il suo ex. E ancora la direttrice che, ascoltato il racconto dell’insegnate non si schiera dalla sua parte, ma le chiede di lasciare il lavoro.

Revenge porn: la vendetta dopo un rifiuto è online

Prima di tutto c’è da chiamare le cose con il proprio nome: vendetta. Possiamo utilizzare il termine più tecnico, anglosassone, di revenge porn per raccontare l’ennesimo fatto di cronaca dove al centro c’è la mascolinità tossica che non concepisce il rifiuto. La base però resta quella di una vendetta pura. Non vuoi stare più con me? Allora il tuo corpo lo do in pasto a chiunque. Peccato che condividere le foto senza il consenso dell’interessato sia reato, soprattutto dopo l’istituzione di “Codice rosso”, una legge dello scorso anno. Chi condivide questo tipo di materiale va incontro all’accusa di diffamazione, violazione della privacy, spesso anche di istigazione al suicidio. La legge non è abbastanza. È un buon punto di partenza, certo, l’epilogo di questa storia ce lo dimostra. L’ex della vittima è stato condannato a un anno di servizi sociali, mentre la madre che ha minacciato la ragazza e la direttrice dell’asilo andranno a dibattimento rischiando di essere condannate per diffusione di materiale privato (la prima) e diffamazione per aver raccontato a scuola i motivi di licenziamento la seconda. I binari però corrono paralleli: mentre le norme tentano di dare una giusta punizione a chi si macchia di revenge porn, nel frattempo le foto, i video privati si diffondono a macchia d’olio. E con loro gli sguardi, le ripercussioni sul lavoro, gli insulti, l’impossibilità di mettere il naso fuori di casa senza essere riconosciuta e denigrata. Arginare un’onda del genere è quasi impossibile: le chat Telegram si autodistruggono, video e foto possono essere salvati comodamente sui proprio smartphone e pc e tirarli fuori al momento giusto.

La sessualità della donna è ancora il centro del problema

Alcuni uomini lo fanno per cancellare la possibilità di un futuro, la credibilità, perché siamo ancora ancorati a quell’idea che l’autorità di una donna sia tanto più ampia quanto sia dimostrabile la sua castità. E allora assistiamo ancora al coro del “se l’è cercata, poteva non farsi fotografare”, come se il sesso fosse ancora la misura di tutte le cose. Una misura però che per una donna è inversamente proporzionale: più lo fai, più ne parli, più non lo nascondi e meno sei credibile. Disinnescare questo meccanismo è urgente, ma difficilissimo. Ce ne accorgiamo ancora una volta dai commenti online che bersagliano non l’autore del reato, ma la vittima. E la maggior parte delle volte sono le stesse donne a fare le giustiziere al contrario, a dimostrazione di quanto questo atteggiamento di cameratismo e censura sia intrinseco nel modo di agire di ognuno. Quando arriveremo al punto in cui un uomo che invia una foto della propria ex nuda sulla chat del calcetto venga bloccato e portato alla prima questura del quartiere? Quando una moglie che becca un video hard sul telefono del marito, ricevuto senza il consenso dell’interessata, smetterà di prendersela con la vittima e inizierà ad additare il compagno come complice di un reato? Quando faremo pace con la sessualità. Quando riusciremo a concepire molto semplicemente che mostrare un nudo non può essere ricattatorio, perché non desterà più scandalo. Disinnescare questa moralità a giorni alterni è l’unica cosa che serve per dimostrare che non esiste nessun revenge porn a delegittimare una donna sessualmente attiva. Il problema è la mancanza di consenso, non il sesso in sé. Eppure sembra ancora così difficile da capire.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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