Non voleva andare all’estero per poter continuare a lavorare. Ha scelto di restare in Italia, per fare quello che ha sempre amato. Francesca Colavita finalmente, oggi, ha ottenuto un riconoscimento che fuori dai nostri confini sarebbe la normalità: un’assunzione a tempo indeterminato nel luogo in cui lavora da anni, lo Spallanzani di Roma. Fa parte di quel team di donne che è riuscito a isolare il coronavirus, nel momento in cui questa minaccia è quella che più fa paura, secondo l’opinione pubblica. E l’aveva fatto con il suo contratto precario, da meno di 1500 euro al mese e poca certezza del proprio futuro. Ora che la bella notizia è arrivata, possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo per lei, coscienti del fatto che la condizione lavorativa che fino a ieri era la quotidianità di Francesca Colavita, è quella di innumerevoli ricercatrici e ricercatori italiani che decidono di non emigrare.

Un dream team al femminile

Nonostante un posto fisso a Campobasso, sua città natale, lo avesse ottenuto già, Francesca aveva deciso di continuare a lavorare nel team di virologia dell’Istituto malattie infettive di Roma. E proprio qui ha ottenuto un successo enorme, isolando il coronavirus in modo da poterlo studiare e, quindi, combattere. Lo ha fatto con altre sue colleghe, un dream team al femminile, che qualcuno ha avuto anche la sciagurata idea di chiamare “angeli della ricerca” ignorando che siano delle professioniste e in quanto tali lavorano per ottenere successi come questi. Nessun miracolo dunque, solo grandi capacità e enorme lavoro (il più delle volte sottopagato). I successi di Francesca sono quelli di altre due donne: Maria Capobianchi, direttrice del laboratorio di Virologia dell’Inmi Spallanzani e Concetta Castilletti, responsabile della Unità dei virus emergenti, specializzata in microbiologia e virologia. Francesca è la più giovane, con all’attivo già varie esperienze tra la Liberia e la Sierra Leone, dove ha partecipato a progetti di sicurezza e cooperazione al termine dell’emergenza ebola.

La scienza in Italia non è un affare per donne

L’importanza che assume Francesca, così come le colleghe che fanno parte del team, è quel rovesciamento del binomio scienza-uomo. Sono donne che, caparbiamente, hanno messo a frutto anni di studio e di specializzazioni, in un Paese dove si è quasi sempre troppo qualificati rispetto al posto che si ricopre. Nella ricerca scientifica, il percorso che le donne fanno è simile a quello di “un tubo forato” (secondo la definizione dell’Unesco nel World Science Report) perché se all’inizio degli studi donne e uomini sono più o meno lo stesso numero, le ricercatrici man mano che si avanza di carriera scendono fino al 24 per cento, fino a ridursi al 17 per cento nei ruoli di comando. I motivi sono noti a tutti: oltre al fattore culturale, il mestiere precario della ricerca ha oggettive problematiche in più. Contratti brevi che spesso non coprono la maternità, l’obbligo a doversi spostare spesso sulla base di progetti che si concludono e altri che si attivano in città differenti. L’asticella di difficoltà per una donna, soprattutto se si ha a che fare con una mentalità in cui la famiglia si regge sulle sue spalle, si alza notevolmente. E pensare che al MIT di Boston, eccellenza delle eccellenze nel campo della ricerca, le giovani donne possono contare su una nursery accanto al laboratorio. Fantascienza pura per noi. Mentre noi festeggiamo questa notizia, nonostante l’amaro in bocca di non poterla considerare una normalità, impossibile non farsi tornare alla mente la celebre frase di Marie Curie. Quando le chiesero cosa si provasse a vivere accanto a un genio, lei rispose: “Non lo so, chiedetelo a mio marito”.