Avete presente quei sogni in cui non riesci a correre? Le gambe sono pesantissime, non ti muovi di un passo, ma dentro di te stai combattendo e ti ripeti che è pura finzione e che quindi se vuoi puoi scappare, ma tanto poi alla fine non ce la fai e ti svegli angosciata.

Avete presente quei sogni in cui non riesci a raggiungere il fondo di una strada? Cammini, cammini, cammini, ma diventi sempre più piccola, mentre il percorso si fa sempre più lungo, non ti arrendi, ti ripeti che è pura finzione, prosegui cercando di raggiungere il tuo obiettivo, ma tanto poi alla fine non ce la fai e ti svegli angosciata.

Avete presente quei sogni in cui non riesci a difenderti da un'aggressione? Combatti, ti copri con le braccia e le mani eppure vieni colpita, a volte con un coltello altre con una pistola, ma non riesci a vedere in faccia il colpevole, il dolore non lo percepisci e ti ripeti che è pura finzione, che tanto non morirai, ma poi alla fine non ce la fai e ti sveglia angosciata.

Avete presente cosa significhi rivedersi in questi sogni con la consapevolezza che purtroppo rappresentano la vostra realtà?

L'impossibilità di fuggire, l'incapacità di liberarsi, l'indifferenza del dolore dai quali non ci si sveglia, ma dai quali ci si nasconde, negando l'innegabile, giustificando l'ingiustificabile, arrendendosi alla resa. Come un cane che, legato ad una catena, continua comunque a fare la guardia e a scodinzolare di gioia quando vede il suo carceriere.

Quando parliamo di violenza sulle donne spesso ci immaginiamo le botte, i lividi, il sangue, la morte, ma questi sono solo la punta di un iceberg e sono forse ciò che ferisce meno.

Come fa quella donna a non lasciare il compagno che la picchia?

Perché ci si abitua a tutto? Perché si ha paura? Perché ci si arrende? Perché si pensa che quella sia la vita toccata in sorte?

Probabilmente per tutti questi motivi. Ma alla base di una violenza c'è la privazione della libertà, la libertà di dire no. Un divieto che un subdolo manipolatore violento non impone direttamente, ma attraverso un sottile lavoro di lavaggio del cervello incentrato sul bisogno di amare e di essere amata, sul senso di colpa, sul disagio e sulla poca autostima.

Può iniziare con un'innocente richiesta di “non indossare la gonna quando si esce sole con le amiche”, una gelosia giustificata dal senso di possesso che, se in prima istanza può gratificare, nella realtà dei fatti mostra solo l'impotenza e la pochezza dell'uomo con cui abbiamo a che fare, un individuo che in cuor suo sa di non valere e spera che non ce ne accorgiamo. La gelosia è forse un gioco intrigante, ma pur sempre pericoloso. In ogni caso non è amore. Amore è fiducia, è rispetto, è, ancora una volta, libertà.

La violenza su una donna non è solo provocarle dolore fisico, ma annullarla psicologicamente. E dal nulla è difficile scappare.

Chiedete a vostra sorella, a vostra madre, ad una vostra amica come si sente quando sceglie di indossare un paio di pantaloni invece di una gonna quando sa che deve prendere la metropolitana o passare attraverso un quartiere poco raccomandabile, o quando sceglie di indossare una maglietta accollata perché il collega e il capo altrimenti le guarderebbero il seno, o quando passeggia da sola di sera in città.

La consapevolezza di essere vulnerabili è violenza.

La consapevolezza di non essere in grado di difendersi da sole è violenza.

La consapevolezza di non poter scontrarsi alla pari è violenza.

Il 35% di noi è stata vittima di violenza fisica o sessuale, significa che 1,27 miliardi di donne (su 3,64 miliardi) sono state stuprate, picchiate e violate. Ma quante sarebbero se si includesse anche la violenza psicologica?

E non basta affidarci alla nostra forza e ripeterci che a noi non capiterà mai, perché può accadere a chiunque. Per questo dobbiamo sempre essere buone complici e saperci consigliare e aiutare, leggere tra le righe dei racconti della vicina, della collega o dell'amica e non limitarci a credere che non sia un problema nostro o che chi ha bisogno di aiuto sa dove trovarci, perché non tutti riescono a far sentire la propria voce

[Foto copertina di Mitya Ku]