A chi non è mai capitato di gettare un capo di abbigliamento acquistato da poco solo perché aveva dato qualche segno di cedimento? La cosa non fa affatto bene all'ambiente. Se un tempo si faceva il possibile per far durare un capo il più a lungo possibile, magari servendosi di toppe e rammendi, oggi le cose sono cambiate e il consumismo ha travolto davvero tutti. Quello che in pochi sanno è che, così facendo, non si fa altro che mettere a dura prova il mondo in cui viviamo. Secondo la classifica delle industrie più inquinanti, quella tessile si classifica al secondo posto, appena dietro quella del petrolio.

Il motivo di un dato tanto inquietante è molto semplice: la moda è diventata "fast" e i capi sono  così economici che spingono i clienti a comprarne in continuazione. Basta che passi una stagione perché un determinato indumento non sia più trendy e debba essere cambiato con qualcosa di nuovo e glamour. I danni ambientali così provocati dall'industria tessile sono però gravissimi, tanto da essere visibili dalle immagini satellitari: la superficie del Lago d'Aral in Kazakistan, ad esempio, si è ridotta a un 10% dagli anni Sessanta a oggi.

E' proprio per risolvere un problema simile che gli ambientalisti hanno chiesto ai produttori di adottare delle pratiche industriali più sostenibili e ai consumatori di limitare il ricambio continuo del guardaroba, scegliendo degli abiti dalla durata pluriennale. Insomma, per preservare l'ambiente si dovrebbe dire addio alla moda low-cost usa e getta e ritornare alle "vecchie abitudini", utilizzando dei vestiti capaci di resistere per oltre 30 anni.