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L’arte della cosmesi alle sue origini

La storia del cosmetico ha radici antiche come il suo nome, il quale deriva dal greco ‘Kosmeticòs’ che significa ‘atto a rendere bello’. Egizi, Greci e Romani conservano nella loro cultura i segreti della bellezza.
A cura di Silvia Ravalli
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cosmesi egizi

Nell’Antico Egitto il valore ornamentale della cosmesi aveva spesso un fine curativo ed igienico oltre che spirituale. Gli egizi credevano che la bellezza fosse gradita agli dei e che il trucco proteggesse dal male. È stimato, infatti, che fossero i sacerdoti stessi a detenere i segreti dell’arte profumiera in quanto l'uso più importante degli oli aromatici e delle essenze avveniva nella mummificazione. Una leggenda racconta che il dio Horus perse un occhio combattendo con Seth; per questo gli egizi truccavano l’occhio secondo la forma passata alla storia, per rendere omaggio a lui e ristabilire così l’ordine dell’universo.

I colori utilizzati per gli occhi erano il verde ricavato dalla malachite e il nero ricavato dalla galena, con quest’ultima si creava pure il kajal, utilizzato come protezione dalle infezioni dell'occhio e come riparo dal sole. Inoltre, le madri usavano il kajal per abbellire gli occhi dei propri figli nei momenti immediatamente successivi alla nascita poiché era diffusa la credenza che il kajal allontanasse dal bambino lo sguardo dell'"occhio del male" (il malocchio). Per le labbra si usava mescolare ocra rossa diluita con grasso o resine e, per tingere i capelli, l’henné nelle sue più pregiate varietà. Riguardo la cura del corpo, non possiamo non far riferimento a Cleopatra, la quale soleva immergersi in latte d'asina per mantenere lo splendore della propria pelle; si narra che occorrevano ben 700 asine per fornirle la quantità di latte necessaria ai suoi bagni di bellezza quotidiani.

Il culto della bellezza fisica era profondamente radicato nel mondo classico, tanto che ad Atene le donne potevano essere multate se trovate in pubblico con aspetto trascurato. Per i Greci, infatti, la bellezza è il risultato di una perfetta comunanza di qualità spirituali e fisiche. Le donne usavano profumarsi con bagni alla lavanda e alla rosa; il trucco raffinato e semplice, mirava a mantenere l'incarnato pallido, utilizzando polveri a base di piombo, ma dando un colore rosso alle guance con more essiccate ed evidenziando le labbra grazie all’oricello (sostanza colorante ricavata da alcune specie di licheni). Sugli occhi, illuminati da polveri colorate, veniva applicato il kajal, così come sulle sopracciglia. Inoltre, le sacerdotesse erano solite colorarsi i capezzoli di rosso o arancio, mediante estratti naturali. Molti personaggi femminili divennero famosi per la loro bellezza: Elena a cui Afrodite donò una bellezza superba; Frine che, portata in giudizio, fu assolta per la sua straordinaria avvenenza e Aspasia di Milete, compagna di Pericle, che scrisse due volumi sulla cosmesi.

Le donne romane tenevano molto al proprio aspetto, al punto che esistevano figure apposite deputate a produrre trucchi e maschere di bellezza, le schiave cosmetae. Rispetto ai greci, il trucco divenne più accentuato, le palpebre rosse o verdi venivano contornate da un kajal sfumato con una pasta ottenuta con formiche abbrustolite. Sul viso, reso bianco dal gesso, spiccavano labbra rosse rese tali dal minio, un minerale, o dal fucus, un’alga. Il colore nero era molto usato anche per creare dei piccoli nei finti e la farina d'orzo ed il burro venivano usati come cura per i brufoli. Come Cleopatra, anche Poppea, seconda moglie dell'imperatore romano Nerone, usava lavarsi nel latte d’asina, così come riferisce Plinio il Vecchio, descrivendo gli effetti di questa pratica sulla pelle. Ancora riguardo Poppea, secondo Svetonio, al suo funerale Nerone usò più profumo di quanto l'Arabia potesse produrne in 10 anni. Infine, ad evidenziare quanto la cosmesi fosse importante all’epoca, ricordiamo che perfino Ovidio scrisse un manuale di trucco, il “De medicamine faciei femine” (Sul trucco del viso della donna).

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