Sterilizzate contro il loro volere facendo leva su povertà, paura, ignoranza. È il calvario a cui sono state sottoposte migliaia e migliaia di donne peruviane durante una campagna di "salute pubblica" lanciata negli anni Novanta dall'allora presidente Alberto Fujimori. Lo scopo era puntare sul controllo delle nascite per combattere la povertà, soprattutto nelle famiglie indigene. Nei fatti però spesso le donne non sapevano che non avrebbero mai più potuto avere figli, o erano costrette a subire l'operazione. Si stima che il piano abbia coinvolto almeno 350mila donne nel corso degli anni. Di queste, più di 2mila hanno denunciato di essere state sterilizzate senza il loro consenso, talvolta sotto minaccia o ingannate dagli stessi medici. La loro battaglia legale di queste donne va avanti da quasi 25 anni e finalmente sembra essere arrivata a un punto di svolta: si è aperto infatti il processo contro l'ex presidente Alberto Fujimori e altri ex funzionari attualmente in carcere.

Il piano del Perù per il controllo delle nascite

La massiccia campagna per il controllo delle nascite fu ideata da Alberto Fujimori e finanziata dall'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale. Accusato di violazione di diritti umani e corruzione, Fujimori abbandonò il Perù per scappare in Giappone: oggi ha 82 anni e sta scontando una condanna di 25 anni per violazioni dei diritti umani. Il piano si interruppe momentaneamente ma fu ripreso dal suo successore, Alejandro Toledo, che lo estese alla popolazione maschile. Il piano di sterilizzazioni colpiva in particolare donne indigene e povere, la fascia più debole e meno educata della popolazione: molte di loro non sapevano che la legatura delle tube di Falloppio fosse permanente. O, se lo sapevano, alcune si erano ribellate all'operazione, finendo per essere minacciate con la violenza o sedate. Nel processo che si è aperto sono imputati, tra gli altri, gli ex ministri della Salute, Alejandro Aguinaga (attuale candidato al Congresso per Fujimori), Eduardo Yong Motta e Marino Costa Bauer. Il procuratore Pablo Espinoza ha presentato le accuse in un'udienza virtuale con un traduttore in lingua quechua: molte delle vittime infatti appartengono a minoranza indigene e non parlano spagnolo. Le vittime potrebbero essere risarcite dallo Stato, in virtù di una riforma del Piano di riparazione globale per le vittime del conflitto armato interno.