Perché sorrido così tanto? Le leggere, ma presenti, rughe d'espressione parlano chiaro, sono una di quelle persone che ha sempre un motivo per ridere e che, se non ce l'ha, lo costruisce, pronta a sdrammatizzare, con grosse difficoltà a star seria e a prendere sul serio le esperienze vissute. “Io so che sei una lavoratrice e una persona affidabile, ma il tuo modo di fare, ai più superficiali, può sembrare fancazzista”, queste furono le parole di un mio vecchio capo che iniziarono a farmi riflettere a 22 anni sulla triste importanza dell'apparenza rispetto alla sostanza. E così, dopo 30 anni di pregiudizi, e dopo essermi decisamente stufata di sentirmi a disagio perché "sorrido sempre", ho deciso di non sorridere, o almeno provarci, per una settimana. Ho deciso di smettere di sorridere per capire se dietro ai miei sensi di nasconda qualcos'altro o se sia una semplice espressione di felicità.

Da lunedì a domenica ho smesso di sorridere ai baristi del locale in cui ogni mattina, da più di 3 anni, vado a fare colazione, ho smesso di sorridere ai commessi del supermercato, ho smesso di sorridere all'insegnante di acqua gym, ho smesso di sorridere alla portinaia, ho smesso di sorridere ai miei colleghi, ho smesso di sorridere al mio compagno, ho smesso di sorridere al mio cane, ho smesso di sorridere ai miei amici, ho smesso di sorridere ai miei genitori, insomma sono diventata la persona seria, forse un po' troppo, che in molti mi avevano chiesto di diventare.

Cosa ho scoperto? Cosa ho imparato?

I primi giorni sono stati difficili. La risposta dei 12 muscoli che ci portano a sorridere, 60 se consideriamo tutti quelli coinvolti in una risata, spesso è automatica e incontrollabile, diventava quindi necessario combattere contro l'istinto. Questa lotta non passava inosservata all'interlocutore che vedeva il mio volto trasformarsi all'improvviso da gioioso a serio. Un punto di domanda enorme compariva sulla sua testa e a questo seguiva il disagio di comunicare con qualcuno che fino ad un giorno prima era sempre stato sorridente, ma che adesso gestiva la conversazione con rigidità.

Al terzo giorno tutto era più semplice, la normalità era la serietà e quando scappava un sorriso, perché comunque ho sgarrato parecchio, il cervello si confondeva e ciò che gli era sempre sembrato naturale adesso acquistava un significato importante. Quel momento con quel sorriso non era più una goccia nel mare tanto che ancora mi ricordo gli sgarri più evidenti: Teseo (il mio cane) che mi incontra per strada e si emoziona, l'insegnante di acqua gym che si incupisce mentre io non rispondo al suo bellissimo sorriso, i miei genitori che mi accolgono a casa, l'incontro con una delle mie più care amiche che non vedevo da mesi, la cena con gli ex compagni di corso, i miei colleghi che cercano di farmi ridere sono gli errori migliori degli ultimi 7 giorni.

E se si dice “sorridi che la vita ti sorride” e se la terapia del sorriso è scientificamente riconosciuta, una settimana senza sorrisi non poteva che avere i suoi risvolti emotivi vista anche la probabile diminuzione di dopamina, che regola l'umore e che viene utilizzata per curare la depressione, e della serotonina, detta anche l'ormone del buonumore, rilasciate di solito ai seguito ad una risata. Al giro di boa infatti la voglia di sorridere #sempreecomunque mi era passata e la convinzione che non ci fossero motivi per muovere verso l'alto gli angoli della mia bocca mi portava a sentirmi non tanto più triste, quanto, e forse è ancora peggio, più apatica. L'istintiva sensazione di disinteresse che ho iniziato a provare mi preoccupava, tanto che ancora oggi, che posso ridere liberamente, la serietà e l'apatia mi continuano a sembrare più confortevoli.

Quanto alle ‘pubbliche relazioni', l'assenza di sorrisi ha reso più difficile le conversazioni che risultavano sintetiche e distaccate, addirittura disagevoli sia per me che per il mio interlocutore. “Che cos'hai?”, “Quanto sei noiosa da quando fai questo esperimento” e “Hai pianto?” ("Niente, è solo l'esperimento", "Grazie", "No!") sono state le frasi che mi hanno ripetuto più volte in questi giorni. Insomma, non ridere mi ha lentamente allontanata dai soliti gruppi, dal coinvolgimento, dalle emozioni positive e dalla voglia di fare, ma mi ha avvicinata alle persone più riservate e a quelli che definiamo ‘musoni' permettendomi di scoprire come un sorriso possa per alcuni essere un'eccessiva apertura. Un volto serio può passare inosservato, ma uno sorridente attira sempre gli occhi di qualcuno e non tutti hanno interesse a relazionarsi.

Poter permettersi di obbligare se stessi a non sorridere per una settimana è una gran fortuna di cui bisognerebbe rendersi conto. Alcuni mi hanno criticata dicendo che non bisognerebbe mai vivere un giorno senza sorridere e hanno ragione, anche perché probabilmente il loro disappunto nasce da una motivazione personale, come ad esempio un passato caratterizzato più da pianti che da risate, e chi meglio di loro può capire l'importanza di questa espressione facciale?

Perché sorrido così tanto? Una settimana senza sorrisi mi ha ricordato che forse dietro ad una risata si nasconde un limite, quello cioè di non saper accettare la tristezza, l'apatia, il disinteresse. Una settimana senza sorrisi mi ha ricordato di non dare per scontata l'allegria di un momento, ma anche di non sottovalutare l'importanza di un sentimento negativo.

E voi, riuscireste a stare una settimana senza sorrisi?