«Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire», recita una poesia di Alda Merini. Dare un peso e un valore a ciò che si dice, è questo ciò che intendeva la poetessa milanese e che oggi si tende sempre più a dimenticare, complici i social e quella libertà di espressione che pensiamo sia un diritto più che un merito. Un esempio lo offre il dilagante fenomeno del catcalling che racchiude tutti i commenti volgari e le allusioni sessuali che perfetti sconosciuti, di qualunque età, rivolgono alle donne per strada. Non importa cosa abbiano addosso, se siano scollate o coperte, sono frasi così taglienti e inopportune da far sentire nudo chiunque le riceva.

Le parole, però, si combattono con le parole ed è così che è nato il catcallsof, una protesta silenziosa della generazione Z, a suon di gessetti colorati che scrivono sull’asfalto. A dare vita all’iniziativa è stata Sophie Sandberg, artista e attivista statunitense, che ha deciso nel 2016 di creare la pagina @catcallsofnyc, un raccoglitore digitale di offese e commenti sessisti trovati in rete e poi ricopiati lungo le strade. L’eco è arrivata fino all’Italia, dove sono nate @catcallsofturin, @catcallsofrome e @catcallsofpalermo. «Sento di doverne parlare per aiutare me stessa», «Hey bellezza, dove stai andando?», «Ma sei nuda?», «Dammi un bacio», sono solo alcune delle decine di frasi tratte dalle storie che molti utenti raccontano sui vari canali social e che poi vengono ricopiate lungo le strade. I messaggi vengono ripostati anonimamente insieme alla foto della scritta, con gli hashtag #bastamalostie e #stopcatcalling. La scelta dei colori vivaci non è causale, ma serve per contrastare la volgarità di quelle espressioni e lo stesso gessetto è utilizzato per non rendere indelebili quelle offese. Che siano fisiche o solo verbali, le molestie restano tali in ogni caso e per quanto si cerchi di dimenticarle, continuano a bruciare e a fare male. La vergogna non è di chi le denuncia con coraggio e a voce alta.