L'emergenza Coronavirus ha costretto l'intero mondo ad andare in lockdown, obbligando le attività non essenziali a chiudere i battenti per oltre un mese. La moda non fa eccezione e da diverse settimane ha messo in pausa produzione e vendite nei negozi fisici. Sono molti, però, i brand che hanno voluto fare qualcosa di materiale per sostenere i medici che combattono ogni giorno in prima linea contro la pandemia, dalle raccolte fondi a favore degli ospedali, alla produzione di camici e mascherine. L'unico piccolo inconveniente è che a volte quelle promesse non sono state rispettate, dando vita al cosiddetto fenomeno del Celebrity #Covidwashing, ovvero lo sfruttamento del Covid-19 per farsi pubblicità. È il caso di Draper James, il marchio di abbigliamento di Reese Witherspoon finito al centro delle polemiche sui social.

Draper James, il progetto charity dedicato alle insegnanti

Si chiama Draper James ed è il marchio di abbigliamento femminile americano fondato dall’attrice Reese Witherspoon. Di recente ha lanciato un'iniziativa molto particolare per mostrare il suo sostegno a tutti quelli che si sono ritrovati a cambiare le proprie abitudini a causa dell'emergenza Coronavirus: ha annunciato di voler regalare degli abiti alle insegnanti delle scuole pubbliche, così da ringraziarle per il lavoro svolto in smart working. I vestiti sono stati inviati fino a esaurimento scorte ma i gestori del brand non hanno fatto bene i conti. Dopo aver promosso il progetto sui social e in televisione, sono arrivate circa 3 milioni di richieste valide, peccato solo che i vestiti a disposizione per le docenti fossero solo 250.

Le polemiche nate sui social

A tutte quelle che non sono rientrate tra le 250 "fortunate" Draper James ha promesso uno sconto del 30% sugli acquisti futuri ma il "danno" è ormai stato fatto. Sono state moltissime quelle che hanno usato i social per lamentarsi, arrivando a coniare l'espressione "Celebrity #Covidwashing". A cosa fanno riferimento? All'aver approfittato dell'emergenza Covid-19 per farsi pubblicità e per acquisire i dati personali delle potenziali clienti. Non sembrerebbe un caso che dopo Pasqua il brand abbia annunciato di aver fatto una donazione a un’organizzazione vicina alle necessità del corpo scolastico, senza però specificare la cifra. Ad oggi le insegnanti coinvolte sono ancora indignate e chiedono di non essere più sfruttate per le strategie di branding delle aziende.