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Opinioni

Barbara Palombelli sulle donne: a Sanremo un monologo retorico di cui avremmo fatto a meno

L’occasione era ghiotta, ma la giornalista Barbara Palombelli trasforma un monologo che prometteva essere sulle giovani donne in un racconto autobiografico. La narrazione è scollegata, tra ricordi e musica messa un po’ a casaccio. Un tono po’ paternalistico, che lascia nell’ascoltatore un senso di straniamento e una domanda: “Ce n’era proprio bisogno?”
A cura di Giulia Torlone
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L’intenzione magari c’era, peccato che il risultato non sia stato dei più esaltanti. Dopo aver affiancato Amadeus nella prima parte della serata, arriva il momento per Barbara Palombelli di leggere il suo monologo sulle donne, intorno a cui aveva già creato aspettative, promettendolo a più riprese.

Un monologo autobiografico

Si rivolge a “ragazze, donne, nonne” italiane, un po’ come se tutto valesse tutto. Parla di una Barbara ragazza ribelle, con il padre che la voleva come Gigliola Cinquetti ma lei invece sgasava sulla moto senza avere la patente. E poi ancora il lavoro iniziato a quindici anni, parallelo allo studio. E ancora la chiamata di Ugo Stille al Corriere della Sera e i balletti con le colleghe di Repubblica sulle note di Luca Barbarossa. Sullo sfondo la lotta per i diritti civili e quindi il monito di Palombelli: “Voi giovani li avete trovati già fatti, noi andavamo in piazza. Voi dovete difenderli”. Un po’ linkedIn, un po’ retorica, non ce ne voglia Barbara Palombelli, che tira fuori anche il suicidio di Tenco in un non-sense completo.

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Studiate fino alle lacrime e lavorate fino all’indipendenza sono le parole chiave” dice Palombelli. Lacrime-studio, un’associazione che fa un po’ Alfieri che si faceva legare dal fidato Elia alla sedia per disciplina. Comprensibile è la commozione nel passaggio sul papà che è venuto a mancare prima che lei arrivasse al successo, così come l’invito a ribellarsi sempre, “tanto noi donne non andremo mai bene ai nostri padri, mariti, fratelli”. Innegabili alcuni spunti interessanti, ma lasciati scivolare senza raccoglierne il senso in maniera brillante. Il risultato è stata una scrittura che non convince, un miscuglio di elementi alla rinfusa tra biografia e vecchie canzoni. Si arriva, non si sa come, ad alle “donne europee che devono contribuire alla rinascita”, subito dopo aver citato Barbareschi e i balletti. Un monologo che passa da una cosa all’altra "così, de botto”, per citare il Renè Ferretti di Boris. Lontanissimi dalla scrittura brillante, commovente dell'intervento dello scorso anno di Rula Jebreal. Oggi l’idea che è passata è quella di una lezione di stile e morale, più che di empatia e condivisione di esigenze. Sui social sottolineano la noia, sintomo che le parole usate non hanno coinvolto né emozionato, preferendo una narrazione egoriferita con un coinvolgimento pari a zero.

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Trent’anni, giornalista professionista, si occupa di politica e questioni di genere tra web, carta stampata e tv. Aquilana di nascita, ha studiato Italianistica a Firenze con una tesi sul rapporto tra gli intellettuali e il potere negli anni duemila. Da tre anni è a Roma, dedicando anima e cuore al giornalismo. Naturalmente polemica e amante delle cose complicate, osserva e scrive per capirci di più, o per porsi ancora più domande. Profondamente convinta che le donne cambieranno il mondo. 
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