Perdere la verginità è una delle esperienze più importanti della vita ma, quando si parla di donne, la cosa assume una connotazione negativa. Sulla questione esistono delle convinzioni socioculturali antiquate difficili a morire, secondo cui fare sesso per la prima volta significa dire addio a qualcosa di prezioso, al proprio valore, alla propria moralità. In America pare proprio che si stia tornando indietro in tema di femminismo, visto che sono sempre più diffusi i test di verginità. Vengono fatti durante le visite ginecologiche, spesso all'insaputa delle pazienti sotto richiesta del padre o del partner, e hanno l'obiettivo di controllare lo stato dell'imene, così da scoprire se sono stati consumati o meno dei rapporti intimi.

Nonostante l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e l’Organizzazione mondiale della sanità abbia dichiarato che i virginity test rappresentano una violazione dei diritti umani, sono ancora molti i medici che li praticano. Negli Stati Uniti una visita simile è legale, anche se sono numerosi gli atti di ribellione che li paragonano a veri e propri abusi. I test della verginità non farebbero altro che stimolare lo sviluppo di idee stereotipate sulla sessualità femminile, come se gli uomini potessero esercitare sulle donne il loro totale controllo, come se potessero avere una prova materiale della loro moralità e integrità attraverso una semplice visita. Il dettaglio che viene dimenticato è che la pratica, oltre a essere misogina e discriminatoria, si rivela anche inesatta dal punto di vista scientifico. Quello che ci si chiede di fronte a questa (triste) realtà è: la verginità è davvero un sinonimo di purezza? Non è arrivato forse il momento di smettere di colpevolizzare le donne che hanno una vita sessuale attiva? Ognuna di noi ha la libertà di comportarsi come meglio crede ed è inaccettabile che ci siano persone che vogliono avere il controllo sul nostro corpo.