Settantadue dipendenti di Accessorize, per la maggior parte donne, rischiano di perdere il lavoro: la famosa catena di bigiotteria inglese infatti potrebbe chiudere i suoi punti vendita italiani. La denuncia arriva dal sindacato Fisascat Cisl che ha potuto vedere l'istanza presentata al Tribunale Fallimentare di Milano da Melite Italia, la società che gestisce i negozi della catena. Prima della pandemia Accessorize era presente in Italia con 25 punti vendita, di cui nove solo nel milanese, con 41 dipendenti. La pandemia ha però dato il colpo di grazia: a Milano i negozi sono stati ridotti a quattro, con 16 dipendenti.

La catena inglese Accessorize

Accessorize nasce a Londra: il primo negozio si chiamava "Monsoon" e fu aperto nel 1973 da Peter Simon, appena tornato da un viaggio in Asia. Dieci anni dopo cambiò nome in Accessorize, specializzandosi in gioielli a prezzi popolari, borse e accessori, inclusa una linea per bambini. Nei negozi si possono trovare anche articoli di cartoleria, bikini, biancheria intima e accessori a tema per le feste. Il successo della bigiotteria colorata e alla moda fu enorme, tanto che Accessorize si è rapidamente espansa in tutta Europa, Italia inclusa.

La crisi e i licenziamenti

Ma come per altri settori, il Covid ha frenato bruscamente le vendite e ora i punti vendita italiani, denunciano i sindacati, rischiano la chiusura definitiva. “Il piano di concordato preventivo presentato al Tribunale – osserva Massimiliano Genova, operatore della Fisascat Cisl milanese, in una nota stampa – prevede la chiusura di tutti i negozi in Italia e il licenziamento di 72 persone. E’ il colpo di grazia per un marchio molto noto che, però, resterà in vita soprattutto con l’e-commerce e dei piccoli sub-franchising. Di fatto l’azienda ha deciso di scaricare sui dipendenti diretti un trend negativo che durerebbe dagli ultimi tre anni”. La preoccupazione dilaga nel sindacato, che dice di non aver avuto notizie da parte dell'azienda, ma solo dal Tribunale. Anche il caso di Accessorize conferma, in piccolo, che le donne hanno pagato il prezzo più alto della pandemia.