
Angie Jackson è una ventisettenne americana, madre di un bambino portatore di handicap per la quale la contraccezione non ha funzionato. La donna, che vive in Florida con marito e figlio, si è ritrovata nuovamente incinta e non vuole rischiare, così ha deciso di afidarsi alla RU486 e di farlo dal suo blog su Twitter.
Le visite, prima attorno alle 800, sono schizzate a quasi duemila, ma la polemica, come è ovvio, imperversa. C’è chi si dice d’accordo, chi invece è contrario. Angie, che giorno dopo giorno, racconta la sua esperienza con la “pillola del giorno dopo” e ne spiega i sintomi, afferma di averlo voluto fare per condividere questa esperienza con chi le vuole bene.
La Jackson non è stata la prima donna ad utilizzare la rete e ad attirarsi le polemiche e le aspre critiche. In precedenza Penelope Trunk aveva utilizzare sempre Twitter per “ringraziare Dio di averla fatta abortire”, ma la cosa ancor più tremenda è stata la descrizione di Shellie Ross della morte del suo bambino accaduta in piscina. Certo parlare dei proprio drammi può essere terapeutico, ma farlo in questo modo, angosciando le persone, o dando magari un cattivo esempio alle donne, o ragazze, non sembra essere considerato il massimo. A parte che probabilmente nel nostro paese non sarebbe nemmeno possibile dato che per la RU486 è previsto il ricovero in ospedale. Portare esperienze tanto forti in rete e renderle pubbliche magari giova a chi le racconta, forse un po’ meno a chi le legge. Quale possa essere il vero motivo che le spinge a mettere in piazza esperienze tanto intime non è dato di sapere, forse ritengono ci sia qualcosa da imparare, potrebbe anche essere. Per questo, come in tutti i casi simili, l’opinione pubblica si spacca. (fonte tgcom)
Marina Galatioto