"Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre…": è così che Franca Rame si era rivolta al mondo delle donne in occasione dello scorso 8 marzo. Lo ha fatto usando parole forti perché lei stessa è stata una vittima di una violenza e ha dovuto portarne i segni dentro per una vita intera (come tentò di spiegare nel monologo "Lo Stupro"). Quelli corporali passano, sbiadiscono e in qualche modo si riescono ad ignorare, ma quelli emotivi rimangono in eterno. Era il 1973 quando, poco più che quarantenne, subì una violenza corporale da parte di un gruppo di neofascisti, che si saprà solo a conclusione del processo nel 1998 essere stata "ispirata" da alcuni alti ufficiali della divisione dei Carabinieri di Pastrengo. Fu subito urlato a gran voce che si trattava di "stupro politico" o "stupro di stato"  e l'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, dovette presentare pubbliche scuse.

Una vita dedita alla lotta contro ogni tipo di violenza al femminile, fosse essa fisica o psicologica, portata avanti dalla nota attrice con la cruda consapevolezza di una donna che aveva subito entrambe. Un'attesa tacita e sgomenta prima di arrivare ad un riscatto che di certo non ha potuto ridonarle quella parte di sé estirpata senza motivo. In un'intervista al Corriere della sera tentò di spiegarlo al giornalista Fabrizio Roncone, dicendo: "Non ho mai dimenticato. Mai. Ancora adesso, ha visto, no? non riesco a parlarne. Subire violenza, per una donna, è tremendo. Il gesto che subisci ti procura una ferita nell’animo che niente, e mai, riuscirà a far rimarginare. […] posso dire ciò che provai da subito: e non fu odio, né tantomeno disprezzo, né fui colta da ira. Niente di tutto questo. Piuttosto il mio pensiero fu: ma le madri di questi ragazzi… ma che genere di mostri hanno messo al mondo?". Aggiunse, inoltre, che il silenzio nel quale dovette trincerarsi forse fu ancora più atroce della violenza subita: "Poi un senso di solitudine. Resti sola, con ciò che ti hanno fatto. È una umiliazione, è una sensazione che solo una donna può comprendere… non avevo più la stessa faccia: è come se il sangue, la vita se ne vadano via… Io, in più, mi tenni tutto, non denunciai la cosa, non raccontai i particolari nemmeno a Dario". 


Una combattente temprata dai suoi stessi trascorsi, che ha poi dedicato la sua intera esistenza alla sensibilizzazione di reati purtroppo spesso impuniti, imponendosi come emblema della mancata esternazione proprio per "educare" le donne alla denuncia. La lotta al femminicidio o a agli stadi iniziali di esso è stata sempre presa seriamente da Franca Rame quasi quanto il suo teatro e l'affermazione assoluta di alcuni diritti civili inviolabili. È per questo che, alla luce della recente scomparsa, più che mai tuonano le sue parole, perché possano rimanere impresse nella memoria come mònito nel credere che una strada diversa dall'assoggettamento al genere maschile è senza dubbio possibile e deve essere l'unica a rivelarsi degna di essere percorsa.