Nel settembre dello scorso anno, proprio a ridosso del suicidio di Tiziana Cantone, alla giornalista di Sky Diletta Leotta vennero trafugate e diffuse sul Web alcune fotografie private. Una vera e propria violazione della privacy che ha scosso la conduttrice televisiva. La Leotta in un'intervista concessa al Corriere della Sera nel dicembre 2016 ha raccontato di essersi sentita violata, spiegando inoltre di aver deciso di aiutare le persone vittime di cyberbullismo incoraggiandole a reagire in maniera lucida a questo tipo di episodi senza provare sensi di colpa. Sulla scorta di questa esperienza ieri sera, complice la prima giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo indetta dal Ministero della Pubblica istruzione, Diletta Leotta è stata invitata a Sanremo proprio per raccontare al grande pubblico che cosa significhi essere vittima episodi di cyberbullismo e violazione della privacy. Della sua testimonianza in diretta nazionale, però, poco è importato al pubblico, almeno così sembrerebbe visti i commenti al vetriolo partoriti da molti spettatori, comprese alcune conduttrici e colleghe della giornalista di Sky.

Due commenti in particolare sono stati subissati da critiche e insulti, quelli pubblicati dalla conduttrice Caterina Balivo e dalla curvy model Elisa D'Ospina. "Non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna", ha commentato caustica la prima, per poi scusarsi qualche ora dopo sostenendo di aver pubblicato un tweet infelice e di aver giudicato solamente l'atteggiamento e non Diletta in quanto donna. "Mi fai la morale facendo intravedere la patata", ha invece scritto la seconda. Insomma, dai due tweet pubblicati sembra quasi emergere un pensiero abbastanza netto: vittima di cyberbullismo quanto vuoi, ma insomma se ti presenti sul palco di Sanremo conciata così, allora il cyberbullismo te lo vai a cercare.

Interessante notare come le grandi battaglie contro il bodyshaming e il cyberbullismo vengano velocemente accantonate quando al centro del reato c'è una bella ragazza. Se sei una ragazza bruttina o bella in carne hai diritto a essere difesa perché non provochi reazione, o forse, per meglio dire, non provochi alcun sentimento di invidia. Ma se sei invece molto più bella della media e osi vestirti con abiti scosciati e scollati, allora chissenefrega, il cyberbullismo te lo meriti e non puoi permetterti di parlare o di lagnarti. Come non ricordare poi la grandissima figura di palta fatta dalla D'Ospina proprio su Tiziana Cantone. La curvy model, da sempre paladina dell'accettazione di se stesse e in prima linea contro il bodyshaming e lo slut shaming, dedicò alla Cantone un articolo aberrante fatto sparire alla velocità della luce quando si venne a sapere che la ragazza si era tolta la vita. Non si è mai scusata, come se nulla fosse successo, ma continua a ergersi a paladina delle più deboli, dimenticandosi però che la libertà di essere se stesse – se davvero si ritiene un valore fondante – andrebbe difesa sempre e non solo quando a fare le spese dei commenti cattivi è una ragazza cicciotta o brutta.

elisa d'ospina

Sembra quasi che l'essere appariscenti o il semplice desiderio di voler apparire sia una sorta di inutile provocazione che pone in una posizione di vantaggio chi quel reato lo commette, che non la vittima dell'azione. Le due tesi esposte da D'Ospina e Balivo sono agghiaccianti non solo perché frutto di un doppiopesismo che tende a giustificare le violazioni della privacy e le molestie commesse ai danni di chi ha l'assurdo coraggio di vestirsi e comportarsi come meglio crede, ma soprattutto perché assomigliano tanto a quelle becere scuse che spesso si leggono sotto gli articoli di cronaca che trattano di violenze sessuali, quel ritornello stantio e mai fuori moda della famosa minigonna che giustifica molestie e stupri.

L'abito giustifica azioni aberranti e toglie il diritto di replica, esattamente come la celeberrima minigonna di cui sopra. Te la vai a cercare, sostanzialmente. Sei una donna libera, ma solo fino a un certo punto e il punto lo decido io, imponendoti la mia personalissima morale. Diletta Leotta non doveva permettersi di parlare di violazione della privacy così scosciata, avrebbe dovuto mettersi un vestito più accollato, più morigerato, più da brava ragazza. In realtà, nonostante molti commentatori pensino che quel vestito abbia distratto dal messaggio diffuso, io penso che l'abito di Diletta Leotta fosse invece molto coerente con il messaggio divulgato e urlava agli indignati moralisti che una persona ha il diritto di mettersi ciò che vuole e più gli piace senza dover per questo essere costretta a subire angherie, molestie e violenze fisiche o psicologiche.